4, 9
Allora Dio disse a Giona: ti sembra una cosa buona infuriarti per il ricino?
Rispose: mi sembra una cosa buona infuriarmi fino a morirne
Pensiamoci un attimo: Giona ha sempre una ragione per morire, per chiedere di morire.
Ieri per una mattina di gran caldo.
Oggi per una rabbia infuocata a causa di una pianta che si è seccata.
Vero, l’ha fatta seccare Dio, ma Dio era anche quello che l’aveva fatta crescere, e poi non dimentichiamo che Giona aveva anche la sua tenda.
Pare una di quelle persone che ha sempre una ragione per lamentarsi, e quasi mai una per essere contento.
Non sono l’unico a conoscerne, no?
Insomma, quella paradossalità che diverse volte ho richiamato come chiave di lettura per questo libro si può anche declinare in sproporzione.
Cosa che si collega anche alle parole di Barsotti che ricordavo ieri: gli altri devono trovare tutti i modi per farcela, noi vogliamo poterci lamentare per ogni minima cosa.
E Dio, in tutto questo, continua a parlare con Giona, a chiedergli di essere ragionevole.
E usa le stesse parole che al versetto 4 di questo quarto capitolo.
E Giona lo rintuzza con le sue (di Dio!) stesse parole!
Non ricorda quegli scambi stizziti fra due che stanno litigando?
- Te l’avevo detto, no?
- Me l’avevi detto, come no...
Solo che siamo nella Bibbia, solo che di fronte ci sono un Dio (ancora) attento, aperto, dialogante e un Giona indispettito, risentito, livoroso.
E, forse, mortalmente depresso.
Davvero mortalmente.
Dal punto di vista del testo, poco da dire.
Cuce insieme parole già dette.
Tranne la chiusura, che dice ‘ad màvet ( עַד־מָֽוֶת )
Alla lettera: a morte
CEI: ne sono sdegnato da morire (e io non posso non sentire un birignao da corte settecentesca in questo modo di esprimersi)
BJ: fâché à mort
NRSV: angry enough to die
Io ho preferito fino a morirne per evitare il riflesso che in italiano può dare da morire.
Che è diventato un intensivo da applicare in contesti diversi: mi piace da morire, mi è antipatico da morire, e così via.
Qui invece Giona intende la morte proprio come morire, su questo non c’è dubbio.
Piccolo spoiler: queste sono le ultime parole di Giona nel suo libro.
E la sua ultima parola, il suo congedo, è proprio morte.
Impressionante, no?
Con un altro carattere Giona avrebbe potuto tornare a casa ebbro di autostima: grazie alle mie parole decine di migliaia di terribili niniviti si sono convertiti alla legge del Signore!
E non ci sarebbe stato nulla da eccepire, alla sua proclamazione.
E invece.
Forse, forse, forse allora una delle parole che ci indica la storia di Giona è distanza.
Che è lo spazio percorso (per fuggire, per arrivare).
Ma che è anche la distanza emotiva che dovremmo mettere per evitare di centrare tutto solo su di noi, sulla nostra riuscita, sul nostro ego.
Giona insomma è davvero, per quanto fastidioso sia ammetterlo, mon semblable, mon frère.

